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Tessile-abbigliamento-moda

 

Tessile-abbigliamento-moda

Il settore del tessile-abbigliamento-moda rappresenta uno dei simboli più riconosciuti del Made in Italy all'estero e quello che forse più si identifica con il modello basato su una struttura di piccole e medie imprese, naturalmente propense a relazioni di tipo collaborativo e con spiccate competenze di carattere strategico-organizzativo atte a sviluppare una visione imprenditoriale globale, che ne hanno garantito il successo sui mercati internazionali. La forma organizzativa del distretto industriale, in particolare, inteso come agglomerazione di PMI ubicate in un ambito territoriale circoscritto e storicamente determinato, specializzate in una o più fasi di un processo produttivo, e integrate mediante una rete complessa di interrelazioni di carattere economico e sociale, ha permesso di acquisire un vantaggio competitivo in settori non capital-intensive e fondati sulla creatività, la qualità, lo stile e l'innovazione: caratteri distintivi che più degli altri identificano i prodotti del tessile-abbigliamento italiano presso il pubblico dei consumatori giapponesi. La filiera del sistema moda, in particolare, basata sul coordinamento di tutte le fasi del processo produttivo, dalla lavorazione delle fibre tessili alla distribuzione del prodotto finale, ha consentito all'Italia di consolidare la propria posizione di esportatore netto di articoli di fascia medio-alta, particolarmente adatti a soddisfare le esigenze di un pubblico maturo e sofisticato come quello nipponico.

TABELLA: Export italiano di prodotti di abbigliamento e pelle per Paese di destinazione nel 2015

TABELLA: Principali esportatori di prodotti di abbigliamento e pelle in Giappone nel 2015

Negli ultimi anni, tuttavia, la stagnazione economica seguita al boom degli anni '80 ha in parte modificato la propensione al consumo dei cittadini del Sol Levante, una cui fetta sempre più consistente ha via via spostato la propria attenzione su una fascia sempre più ampia ed economica di prodotti, senza dover necessariamente rinunciare alla qualità (come ad esempio l'abbigliamento casual realizzato dall'azienda giapponese Uniqlo, leader del mercato domestico). Il comparto dell'alta moda italiana, tuttavia, ha risentito limitatamente di questo cambiamento nelle abitudini dei consumatori, mantenendo la propria posizione in virtù della forza del brand e dell'attitudine del consumatore a concentrare gli acquisti su di un numero limitato di prodotti di prestigio. Gucci, Armani, MaxMara, Prada, Benetton, Ferragamo, Tod's, Zegna, Missoni, Moschino e molti altri continuano a mantenere nelle principali vie di Tokyo importanti punti vendita come:

1) free standing shops – negozi diretti e vetrine ubicati sulle più conosciute vie dello shopping della Capitale, che richiedono cospicui investimenti iniziali ma garantiscono grande prestigio, visibilità e immagine;
2) shops in shop – punti vendita situati all'interno dei più conosciuti Department Stores (grandi magazzini), la cui presenza garantisce a questi ultimi non solo un ritorno di immagine, ma anche un maggiore afflusso di clientela.

Il settore della moda, pertanto, nonostante abbia risentito della flessione dei consumi innescata dalla crisi della bubble economy degli anni '90, continua a beneficiare in Giappone di una domanda in generale sostenuta, in ragione della qualità e dell'unicità dei prodotti italiani. Nonostante il calo relativo dei giri d'affari delle grandi marche italiane, il Giappone continua a rappresentare una buona fetta del mercato del lusso mondiale (circa il 15%, secondo solo agli Stati Uniti).

Nel comparto del tessile, l'Italia si trova invece a dover fronteggiare da alcuni anni l'agguerrita concorrenza dei prodotti provenienti dalle economie emergenti del Continente Asiatico. I fattori che incidono maggiormente nella determinazione delle quote export verso il Giappone dei competitor stranieri si possono identificare nel costo della manodopera, ancora largamente inferiore a quello dei Paesi Occidentali, e nella vicinanza geografica. Mentre la posizione egemonica della Cina sul mercato giapponese risulta ormai consolidata, anche in virtù del fatto che, a causa dei processi di delocalizzazione produttiva, una parte cospicua della sua produzione comprende quella proveniente dagli insediamenti industriali delle imprese straniere (ivi incluse quelle italiane), da alcuni anni si assiste ad una progressiva erosione della quota di cui beneficiano le nostre aziende a beneficio di Paesi come il Vietnam, l'Indonesia, l'India e la Thailandia. Peraltro, proprio la crescente domanda interna di prodotti meno costosi, ha spinto molti confezionisti giapponesi a spostare la produzione nei vicini Paesi asiatici: di conseguenza, i tessuti di importazione occidentale sono divenuti mediamente troppo costosi per le loro produzioni, le quali si concentrano sulla fascia media-medio/bassa del mercato, non potendo essa competere con i marchi italiani o francesi di fascia alta. Un caso emblematico è rappresentato dalla casa di abbigliamento giapponese Uniqlo (che dispone di 70 stabilimenti produttivi e di uffici di rappresentanza in Cina, Vietnam e Bangladesh), la cui politica di riduzione dei costi si basa sull'ulteriore delocalizzazione della produzione dalla Cina a Paesi come il Vietnam, la Thailandia, l'Indonesia e le Filippine.

TABELLA: Principali esportatori di prodotti tessili in Giappone nel 2015


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