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Energia e ambiente

 

Energia e ambiente

Quadro antecedente all'incidente di Fukushima dell'11 marzo 2011

Il Giappone è un Paese quasi del tutto privo di risorse naturali. Per tale motivo, circa un terzo delle sue importazioni è rappresentato dai combustibili fossili. Per alleggerire il pesante fardello energetico determinato dalla dipendenza da gas, carbone e petrolio e per rendere economicamente sostenibile il massiccio sviluppo industriale avviato nel Secondo Dopoguerra, il 19 dicembre 1955 il Parlamento ha approvato la Atomic Energy Basic Law, che ha sancito l'avvio del programma nucleare nipponico. Nell'arco di un cinquantennio, il Giappone ha progressivamente incrementato la quota di produzione elettrica derivante dallo sfruttamento dell'atomo: con 17 impianti disseminati lungo le coste delle quattro isole maggiori dell'Arcipelago e 54 reattori, per una capacità installata pari a circa 50 GW, il Paese è divenuto il terzo produttore mondiale di energia nucleare dietro Stati Uniti e Francia. Fino all'incidente di Fukushima, il comparto nucleare nipponico ha rappresentato un blocco molto forte di interessi, comprendente le 11 utilities che si dividono la produzione di energia elettrica nel Paese, le industrie impegnate nella costruzione di centrali e nello sviluppo della relativa tecnologia (Toshiba, Mitsubishi, Hitachi) e quelle coinvolte nel ciclo del combustibile. Le relazioni di tali imprese con i diversi governi succedutisi alla guida del Paese sono sempre state molto strette e sono per buona parte all'origine delle scelte favorevoli allo sviluppo del nucleare.

Al fine di continuare a garantire uno stabile approvvigionamento tramite una diversificazione delle fonti, in ossequio al principio della energy security, nel 2003 il Gabinetto ha adottato il Basic Energy Plan, incentrato su tre principi fondamentali: 1) sicurezza energetica; 2) protezione dell'ambiente; 3) efficiente sistema di approvvigionamento. Secondo i piani governativi, la costruzione di 14 nuovi reattori entro il 2030 avrebbe permesso di realizzare l'obiettivo di incrementare la percentuale di energia elettrica da fonte nucleare fino ad un massimo del 50% e di alleggerire ulteriormente la bolletta energetica del Paese. L'effetto di tale politica energetica, mirante all'incremento della potenza nucleare installata ha portato, nonostante la crescita della produzione industriale e della domanda di energia, a ridurre le importazioni di combustibili fossili.

TABELLA: Energy mix e import giapponese di idrocarburi nel periodo pre-Fukushima

 

Quadro successivo all'incidente di Fukushima dell'11 marzo 2011

Il sisma del Tohoku dell'11 marzo 2011 e il conseguente incidente alla centrale nucleare di Fukushima hanno tuttavia indotto le autorità a sospendere i programmi di costruzione di nuove centrali e a rivedere i piani strategici connessi al futuro energetico della Nazione.

Considerato, fino all'11 marzo 2011, un Paese all'avanguardia nello sviluppo della tecnologia nucleare e del risparmio energetico, il Giappone è stato costretto a mettere in discussione l'infallibilità dei sistemi di sicurezza delle proprie centrali. Diverse critiche sono state mosse alla TEPCO (l'utility deputata alla gestione di Fukushima) e al Ministero dell'Economia, Commercio e Industria (METI) con riguardo agli investimenti nella protezione degli impianti: il mantenimento dell'obsoleta tecnologia BWR (boiling water reactor) avrebbe, infatti, permesso di risparmiare sui costi, a discapito però della sicurezza che avrebbe potuto garantire la più moderna tecnologia PWR (pressurized water reactor). Il Giappone conserva, tuttavia, un notevole bagaglio di esperienze e conoscenze, rappresentato dai ben 35.000 accademici, esperti e tecnici dell'atomo una cui parte (circa 10.000) è impiegata all'interno delle undici compagnie elettriche del Paese, mentre un'altra (circa 25.000 persone) lavora presso le tre grandi società di costruzione di impianti (Toshiba, Mitsubishi e Hitachi).

Per poter fare fronte al deficit energetico determinato dall'arresto di quasi tutti i reattori nucleari, il Giappone ha fatto ricorso ad un incremento delle forniture di gas naturale, carbone e petrolio. Per ridurre il gap tra domanda e offerta di energia, il Giappone ha intensificato in maniera particolare lo sfruttamento del gas naturale liquefatto, in virtù delle ingenti capacità di stoccaggio degli impianti di rigassificazione, di un'estesa rete di gasdotti, della vicinanza geografica con grandi fornitori come Russia, Malaysia, Brunei, Indonesia e Australia e del contenuto impatto ambientale. La flessione del prezzo delle commodities energetiche, ad ogni modo, ha permesso a partire dal 2015 di alleviare il peso dell'import di combustibili fossili sulla bilancia commerciale con l'estero.

TABELLA: Energy mix e import giapponese di idrocarburi nel periodo post-Fukushima

L'incidente di Fukushima ha, d'altro canto, aperto la strada ad un'intensificazione dello sfruttamento delle fonti rinnovabili, che beneficiano oggi di un'attenzione e di investimenti maggiori rispetto a quelli riservati fino a tempi recenti dalle istituzioni governative e dalle compagnie elettriche giapponesi, specie in virtù degli incentivi finanziari offerti dal sistema delle tariffe feed-in introdotto nel luglio 2012. L'energia rinnovabile rappresenta dunque un promettente terreno di collaborazione con l'Italia, anche alla luce delle analogie tra i due Paesi in questo campo.

TABELLA: Produzione lorda di energia elettrica da fonti rinnovabili in Italia e in Giappone nel 2013

Come in Italia, l'unica fonte energetica rinnovabile interamente sfruttata in Giappone è rappresentata dall'idroelettrico. I due Paesi presentano aspetti geomorfologici tali da favorire uno sfruttamento intensivo delle risorse idriche per la produzione di energia idroelettrica, tanto da garantire il 15% del fabbisogno italiano e l'8% di quello giapponese. Evidenti analogie accomunano i due territori anche con riferimento al geotermico. Secondo l'International Geothermal Association, l'Italia è il quinto Paese al mondo ed il primo in Europa per capacità installata e dispone di competenze cui il Giappone potrebbe attingere per incrementare la propria quota di produzione: il suolo vulcanico e la grande abbondanza di sorgenti termali rappresentano un potenziale che le autorità nipponiche valutano da tempo ai fini della creazione di energia pulita. Non altrettanto promettenti parrebbero essere le ipotesi di collaborazione nell'ambito della tecnologia eolica. La costruzione di impianti sul territorio giapponese è inevitabilmente ostacolata dalle caratteristiche morfologiche e dallo sviluppo urbano del Paese: alla carenza degli (ingenti) spazi necessari per poter sfruttare questa fonte energetica, si aggiungono le difficoltà legate alla capillarità degli insediamenti umani, nelle cui vicinanze sarebbero edificate pale eoliche generatrici di vibrazioni e inquinamento acustico. Tali inconvenienti possono essere evitati solo grazie alla costruzione di impianti off-shore, che tuttavia incontrano difficoltà di realizzazione legate alla profondità dei fondali al largo della costa.

Maggiori margini di cooperazione possono essere invece garantiti da un settore in forte espansione come quello del solare fotovoltaico. Un importante esempio di cooperazione ha visto la partecipazione delle italiane Enel Green Power e STMicroelectronics e della giapponese Sharp, che l'8 luglio 2011 hanno inaugurato a Catania 3SUN, la più grande fabbrica italiana di pannelli fotovoltaici, la cui produzione è destinata a soddisfare la domanda dei mercati del solare di Europa, Africa e Medio Oriente. La società Infrastrutture SpA si è invece aggiudicata, tramite la controllata Hergo Sun Japan K.K., due appalti pubblici per la costruzione e la gestione di impianti fotovoltaici con una capacità di 1 MW e 3,5 MW.

Quanto alle tecnologie legate alle reti intelligenti, l'Italia è divenuta in pochi anni leader mondiale nello sviluppo delle electrical smart grids, ossia di canali non più destinati in via esclusiva alla trasmissione e distribuzione dell'energia elettrica dalle grandi centrali ai clienti finali, ma di vere e proprie reti in grado di fare interagire produttori e consumatori, di determinare in anticipo le richieste di consumo e di adattare con flessibilità la produzione e la fruizione di energia. La gestione dei flussi bidirezionali, presupponendo un controllo non più centralizzato ma distribuito sul territorio, coinvolge quindi non solo l'energia prodotta dalle grandi centrali, ma anche quella generata in media e bassa tensione proveniente da fonti rinnovabili. Le prospettive di collaborazione in questo settore risultano oltremodo interessanti: il Giappone, che dall'incidente di Fukushima ha visto crescere la sensibilità generale con riguardo alle problematiche legate al risparmio energetico e che dispone di tecnologie e know-how che hanno consentito di avviare ambiziosi progetti all'estero nel campo delle smart green cities, potrebbe divenire un partner di rilievo per il nostro Paese.

La sentita esigenza di combattere gli effetti del global warming su scala planetaria rappresenta un altro importante fattore di stimolo alla collaborazione bilaterale, anche perchè il Giappone ha dovuto accantonare l'ipotesi di affidarsi in prima battuta al nucleare per onorare gli impegni presi a livello internazionale al fine della riduzione delle emissioni inquinanti. L'attuale livello di produzione di queste fonti in entrambi i Paesi e gli ampi margini di sviluppo che esse garantiscono, potrebbero fornire ulteriore impulso ad un settore in cui operano numerose e dinamiche realtà imprenditoriali italiane. Gli stessi obiettivi europei denominati "20-20-20" prevedono, entro il 2020, la riduzione del 20% delle emissioni di gas serra rispetto ai livelli del 1990, l'aumento del 20% dell'efficienza energetica e il 20% di produzione di energia elettrica proveniente da fonti rinnovabili: tali obiettivi, declinati a livello nazionale, si traducono per l'Italia nel raggiungimento di un livello di produzione di energia da fonti rinnovabili del 17% entro il 2020.


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