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Chimica-farmaceutica

 

Chimica-farmaceutica

L'industria chimica italiana risulta fondata essenzialmente sul settore petrolchimico e su quello farmaceutico ed è composta da tre grandi tipologie di attori, tra i quali è quasi equamente suddivisa la produzione: le imprese a capitale estero, le medie e medio-grandi imprese italiane e le imprese piccole e medio-piccole. L'apertura verso il commercio con l'estero è parte fondamentale dell'attività delle aziende chimiche in Italia, sia per quelle di grandi dimensioni, sia per quelle di media o piccola dimensione. La chimica è uno tra i settori con la più alta percentuale di imprese esportatrici, anche tra le piccole o piccolissime imprese: esse garantiscono più del 40% delle esportazioni totali e la quota è di gran lunga superiore nei settori della chimica fine e specialistica. L'Italia risulta essere il decimo produttore chimico nel mondo e ricopre il terzo posto nel panorama europeo, dopo Germania e Francia.

Le imprese estere con una presenza in Italia sono più di 250, per lo più di grandi dimensioni, per un valore della produzione pari a circa 19 miliardi di euro. Esse ricoprono un terzo della produzione complessiva e una quota anche maggiore dell'export (45%). Infatti, la localizzazione in Italia spesso non è orientata solo al mercato interno ma anche a quello mondiale. L'incidenza sulle spese di R&S è pari al 37%, ma raggiunge il 58% sulle forme di ricerca più strutturata. Nel manifatturiero italiano solo il 10% degli addetti lavora in imprese estere, a fronte di una media europea pari al 21%. Nella chimica tale quota, pari al 36%, è la più alta tra i settori industriali italiani e in linea con la media europea, a testimonianza di una buona capacità di attrazione degli investimenti, basata sostanzialmente sulle capacità e il know-how delle risorse umane reperibili in Italia, sulle dimensioni del mercato nazionale, sulla capillarità e la dinamicità della clientela e sulla qualità e proficuità della R&S condotta nel Paese.

Nonostante le dimensioni del mercato giapponese della chimica (uno dei primi al mondo, con vendite pari a quasi il 7% su scala globale), la presenza nipponica nel nostro Paese risulta relativamente limitata, specie se messa a confronto con gli investimenti americani, tedeschi e francesi.

Altrettanto limitata, anche se qualitativamente significativa, è la presenza italiana in Giappone, che si identifica sostanzialmente in Bracco SpA, quinto gruppo nazionale per volume di produzione e vendite e attivo nel comparto farmaceutico, che controlla il 51% della joint venture costituita con Eisai Co., Ltd., uno dei principali gruppi farmaceutici giapponesi. Tale collaborazione ha permesso alla società lombarda di competere con successo sul mercato locale, superando con maggiore facilità le barriere legislative e normative sulla commercializzazione dei farmaci e dei prodotti medicinali.

Analogamente a quanto avviene negli altri settori produttivi, i rapporti tra Italia e Giappone assumono maggiore rilevanza dal punto di vista dell'interscambio commerciale. Buona parte dell'export chimico italiano verso il Sol Levante è rappresentato dai prodotti chimici organici e dai prodotti farmaceutici. Altrettanto importante risulta essere il mercato italiano per le esportazioni giapponesi di prodotti chimici.

TABELLA: Interscambio tra Italia e Giappone di prodotti chimici e farmaceutici

La farmaceutica rappresenta, anche nei rapporti con il Giappone, uno dei settori che più si distinguono tra quelli ad elevata intensità tecnologica, confermandosi una leva strategica per l'economia nazionale per numero di addetti, valore della produzione (l'Italia rientra nel novero dei primi cinque Stati europei), investimenti ed export. Rispetto al totale dei settori ad alta tecnologia, il settore farmaceutico rappresenta quasi la metà dal comparto hi-tech. Anche se nell'ultimo biennio l'export italiano in Giappone ha registrato una forte contrazione, determinata verosimilmente da ragioni di carattere fiscale (spostamento della produzione di principi attivi in laboratori localizzati in Paesi fiscalmente vantaggiosi), il mercato nipponico continua ad offrire rilevanti opportunita' di business.

Il Giappone vanta, infatti, la più alta aspettativa di vita media al mondo e la sua società tende ad invecchiare più rapidamente di qualsiasi altra società industrializzata: si prevede che nel 2050 un terzo della popolazione sarà costituito da anziani. Il sistema sanitario nipponico è considerato un settore in forte espansione e una buona percentuale di questa crescita è rappresentata dal settore dei farmaci su ricetta. Il tasso di mortalità in Giappone è inoltre determinato in misura sempre maggiore dalle malattie che caratterizzano le società economicamente avanzate (come le neoplasie) e che richiedono maggiore attenzione in particolare nel cosiddetto settore red biotech, quello delle biotecnologie applicate ai processi biomedici e farmaceutici, come l'individuazione di organismi in grado di sintetizzare farmaci o antibiotici, oppure lo sviluppo di tecnologie di ingegneria genetica per la cura di patologie.

L’Italia risulta il terzo Paese europeo per numero di imprese impegnate nel biotech: due terzi di esse operano nel settore della salute umana e determinano circa l'84% del fatturato complessivo del comparto. La ricerca italiana ricopre le prime posizioni in termini di qualità a livello internazionale e vanta posizioni di eccellenza nella sperimentazione applicata all’oncologia e alla neurologia. Il mercato biotech risulta ancora in forte crescita e si presta quindi alla realizzazione di nuovi investimenti che consentano di sostenere la ricerca alla base delle proprie applicazioni; il successo delle imprese italiane risulta legato alla specializzazione in alcuni settori specifici della farmacologia, come l'oncologia, la neurologia e le malattie infettive. Il red biotech rappresenta inoltre il settore nel quale le società farmaceutiche trovano la naturale evoluzione della farmaceutica tradizionale, nonchè la prospettiva per ampliare il proprio mercato in specifiche aree terapeutiche. Benchè il Giappone possegga una delle industrie biotecnologiche più competitive al mondo, il progressivo aumento dell'età media della popolazione e quindi la sempre più sentita necessità di benessere e salute possono in prospettiva dischiudere nuove e significative opportunità per le società italiane impegnate nella bio-farmaceutica.

L'introduzione di nuovi farmaci in Giappone si deve tuttavia confrontare con la complessa e articolata normativa vigente, contenuta nella Pharmaceutical Affairs Law (che rappresenta il testo base del settore), e in vari decreti governativi e ordinanze amministrative. L'importazione è, infatti, soggetta al nulla osta del Ministero della Salute, cui spetta altresì l'autorizzazione alla distribuzione e alla vendita sul territorio, che presuppone una verifica avente ad oggetto gli ingredienti, la composizione, il dosaggio e in genere il rispetto di tutti gli standard che garantiscano l'integrità, l'efficacia e la sicurezza del prodotto da immettere sul mercato. La rigidità dei parametri di valutazione in essere è una delle cause principali del cosiddetto drug lag giapponese, ossia il ritardo (mediamente di tre anni e mezzo) con il quale nuovi prodotti farmaceutici raggiungono il mercato nipponico rispetto a quelli europeo e nord-americano. Secondo alcuni studi, un allentamento dei vincoli normativi, che permetterebbe un'accelerazione del processo di approvazione di nuovi prodotti, oltre che l'eliminazione di disposizioni che impongono in certi casi la produzione obbligatoria sul territorio, agevolerebbe non solo la riduzione del drug lag, ma creerebbe altresì le premesse per un ambiente più favorevole alla crescita degli investimenti nel settore. Le imprese italiane, aiutate dalla specificità delle produzioni e dalla possibilità di accedere in maniera graduale agli investimenti in impianti, potrebbero così sviluppare un percorso di internazionalizzazione riproponendo sul mercato giapponese le formule individuate nella fase di consolidamento sul mercato nazionale, accostandosi ad esso tramite partnership, joint-venture e accordi con soggetti locali.


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