Questo sito usa cookie per fornirti un'esperienza migliore. Proseguendo la navigazione accetti l'utilizzo dei cookie da parte nostra OK
ambasciata_tokyo

Agro-alimentare

 

Agro-alimentare

Secondo l'ISTAT, l'interscambio commerciale tra Italia e Giappone nel settore agroalimentare risulta nettamente sbilanciato a favore del nostro Paese, con un export che nel 2015 ha raggiunto i 799 milioni di euro, a fronte di un import pari a circa 13 milioni. Il settore potrebbe garantire notevoli margini di espansione per i produttori italiani, ove fosse possibile ottenere un consistente allentamento dei vincoli e una progressiva ma decisa contrazione delle barriere tariffarie e non tariffarie tradizionalmente imposte al Governo dall'Unione Centrale delle Cooperative Agricole giapponesi (JA-Zenchu), cui risultano affiliate le associazioni agricole del Paese.

Le unità a conduzione famigliare, che rappresentano oggi il 60% degli addetti nel settore, ma che si dedicano alla coltivazione solo part-time di piccoli appezzamenti di terreno, in quanto titolari di redditi stabili provenienti da altra fonte, denotano la fragilità di un sistema produttivo che per decenni ha beneficiato di un livello di protezione eccezionalmente elevato, che ne ha però gradualmente determinato una perdita di competitività su scala internazionale. La capacità di pressione della JA-Zenchu è strettamente legata alla capacità d'influenzare l'orientamento di un'amplissima base elettorale, costituita dalla quasi totalità delle persone impiegate part-time o full-time in agricoltura (circa nove milioni di iscritti), oltre che da una possente struttura amministrativa con attività ramificate nei settori bancario, assicurativo, turistico, sanitario-ospedaliero, della meccanica e dell’energia.

Il Giappone garantisce una protezione tariffaria superiore al 200% ad oltre 100 denominazioni merceologiche del settore agricolo. Tra queste spiccano le tariffe protettive sul riso (778%) e sui prodotti trasformati a base di latte, di carne o di zucchero. Diversi prodotti agricoli, come il latte e alcuni prodotti caseari, la farina o la soia sono poi commercializzati sulla base di un sistema di monopoli statali, che impiegano migliaia di funzionari ministeriali a livello centrale e periferico per gli acquisti, l'importazione e la distribuzione. Vi è inoltre un sistema di barriere non tariffarie il cui principio ispiratore generale è che le certificazioni ottenute dai competitor stranieri nei Paesi di origine, salvo casi specifici, non valgono di per sè a garantire sicurezza e qualità accettabili in Giappone e vanno quindi reiterate a cura delle autorità locali e a spese degli importatori interessati.

Nello specifico, le barriere sono legate soprattutto a regolamentazioni di carattere sanitario (tra le più note, tolleranza zero verso il batterio Lysteria, ad esclusione dei salami e dei formaggi naturali, e verso i batteri coliformi per i gelati), molte delle quali non sono in linea con il Codex Alimentarius, riconosciuto a livello internazionale come quadro di riferimento in fatto di sicurezza alimentare. Nel settore ortofrutticolo, in cui la vendibilità del prodotto è subordinata alla sua freschezza e presentabilità, la mancanza di regolamentazioni trasparenti accentua i possibili danni derivanti dalla discrezionalità concessa agli ispettori di frontiera. In molti casi, nonostante la completezza della documentazione fitosanitaria che accompagna frutta e verdura, e in assenza di un quadro normativo trasparente e uniforme per tutti i porti di entrata, il solo sospetto della presenza di agenti parassitari è sufficiente per sottoporre a fumigazione non solo il singolo prodotto esaminato, ma l'intera partita, aumentando così il rischio di arrecare danni visibili alla sua qualità e alla sua presentabilità.

Le fonti pubbliche da cui attingere informazioni certe sui certificati necessari per il passaggio alla frontiera sono di difficile reperibilità. Spesso gli importatori giapponesi costituiscono l'unico tramite con le autorità doganali e sanitarie, aumentando la filiera dei costi a carico delle aziende esportatrici. In altri casi, i prodotti ortofrutticoli devono essere sottoposti ad analisi specifiche, altrove non richieste, le cui certificazioni richiedono diversi giorni, a danno della freschezza del prodotto.

Un danno indiretto al prodotto italiano è dovuto alla distorsione della percezione indotta sul consumatore. Prodotti di largo consumo in Italia, come formaggio grana e prosciutto crudo, a causa degli elevati costi in entrata non possono ambire a un corrispettivo uso quotidiano anche in Giappone (i prodotti non vengono quindi destinati all'uso per cui sono stati pensati, diventando invece prodotti di lusso). Nello stesso tempo, tali prodotti godono comunque di costi complessivi relativamente favorevoli, in quanto calcolati su volumi ampi di importazione. Questo fa apparire ancora più sovradimensionato il prezzo dei prodotti di nicchia (di elevata qualità e caratterizzazione geografica), che, a causa di prezzi necessariamente più elevati, finiscono così sempre più relegati nella categoria degli articoli inaccessibili, impedendo, di fatto, un'offerta variegata per il grande pubblico. Per il proprio uso quotidiano, il consumatore giapponese tende quindi a scegliere prodotti simili non italiani, ma caratterizzati da Italian sounding (esempi sono il Parmesan della Kraft o oli di oliva solo imbottigliati in Italia ma di origine straniera), con l'effetto di incoraggiare la promozione di prodotti di qualità inferiore.

Nonostante tali indubbi ostacoli, i prodotti agroalimentari italiani trovano in Giappone un mercato ampiamente ricettivo. I principali Paesi fornitori vendono al Giappone soprattutto alimenti di base, prodotti da trasformare e materie prime, mentre l'Italia fornisce principalmente prodotti trasformati. Pur non risultando tra i primissimi esportatori verso il Sol Levante, il nostro Paese vanta tuttavia quote di export di assoluto rilievo riguardo, ad esempio, ai pomodori pelati, alle paste alimentari, al prosciutto crudo, all'olio di oliva, ai vini fermi e al formaggio, ossia nei settori che per tradizione rappresentano la punta dell'agro-alimentare italiano nel mondo. La progressione di cibi e vini Made in Italy sul mercato giapponese dura ormai da un ventennio: lo dimostra il fatto che l'export alimentare nazionale su questo mercato nel periodo 1995-2015 è quadruplicato. L'incidenza dell'alimentare sul totale delle forniture italiane è così passata dal 4% a quota 14%. La crescita ha coinciso con il boom della ristorazione italiana in Giappone (ove sono oggi attivi migliaia di esercizi), che ha di fatto trainato l'export in questo settore.

Oltre a rafforzare ulteriormente la propria presenza nel comparto dei prodotti trasformati, l'Italia dimostra interessi espansivi anche riguardo ad alcuni prodotti del settore primario, per la cui importazione sono in corso da tempo negoziati in campo sanitario e fitosanitario finalizzati all'ottenimento delle necessarie autorizzazioni e che potrebbero garantire interessanti margini di sviluppo per i nostri produttori. Si segnalano, nello specifico, i dossier legati ad alcuni prodotti ortofrutticoli (uva, pere, mele, kiwi) e zootecnici (pollameprodotti lavorati come la bresaola, cibi per animali domestici).

TABELLA: Principali prodotti agro-alimentari italiani esportati in Giappone


23