Duomo di Amalfi

Quadro macroeconomico

Il Giappone rappresenta, in termini di PIL, la terza potenza economica mondiale dietro gli Stati Uniti e la Cina, il cui sorpasso ai danni del Paese del Sol Levante è stato accelerato dalle conseguenze della crisi innescata dalla vicenda dei mutui sub-prime americani a partire dall’autunno del 2008. Malgrado il lungo periodo di stagnazione che il Paese si è trovato a vivere dall’inizio degli anni ’90 (il cosiddetto ventennio perduto), aggravato dalla crisi economica mondiale, e i profondi danni morali e materiali provocati dal terremoto e dallo tsunami dell’11 marzo 2011, il sistema economico giapponese continua a rimanere tra i più solidi e sviluppati, potendo contare su un’articolata e complessa filiera produttiva incentrata sulle grandi aziende multinazionali, specie per quanto concerne i settori dell’automotive, della chimica e dell’elettronica.

In ragione del tenore produttivo del Paese, tra i più efficienti al mondo e per questo fortemente competitivo, oltre che della tradizionale politica protezionistica perseguita dai governi di Tokyo con lo strumento delle barriere tariffarie e non tariffarie e della pressochè completa chiusura agli stranieri del mondo delle gare di appalto, il mercato giapponese, nonostante le indubbie potenzialità, si presenta chiuso e costoso, sofisticato, altamente concorrenziale, di difficile penetrazione. Per tale ragione, la cooperazione bilaterale con l’Italia risulta incentrata sull’interscambio commerciale e, solo in misura molto minore, sugli investimenti. Gli IDE italiani in Giappone risentono, infatti, delle difficoltà tipicamente legate alla struttura industriale del nostro Paese, imperniata sulla piccola e media impresa, amplificate dalla scarsa apertura e dalle suesposte difficoltà del mercato locale.

Interscambio commerciale

Il commercio estero rappresenta un settore essenziale dell’economia giapponese. Il Giappone è, dal Secondo Dopoguerra, un Paese che esporta molto e investe all’estero l’eccesso di risorse che accumula. Il mercato interno è infatti insufficiente ad assorbire l’intero volume della produzione industriale. Poiché esso deve importare gran parte delle materie prime da cui dipendono le sue industrie, l’esportazione di una porzione cospicua della produzione annua è necessaria per raggiungere l’attivo nella bilancia commerciale. L’interscambio con l’Italia, anche in considerazione della distanza geografica, risulta quantitativamente limitato se messo a confronto con i flussi commerciali tra il Sol Levante e i suoi principali partner asiatici (Cina, Corea del Sud, Hong Kong, Paesi ASEAN), anglosassoni (Stati Uniti e Australia), arabi e, in misura minore, europei (Germania e Regno Unito). Secondo dati ISTAT, dall’inizio del terzo millennio le esportazioni italiane si sono mantenute su valori molto stabili, con una media annua intorno ai 4,3 miliardi di euro. L’unica flessione, che ha influito negativamente sull’export italiano 2009, è stata inevitabilmente determinata dalla crisi dei mutui sub-prime americani.


Il peso percentuale delle forniture italiane verso il Giappone si aggira intorno all’1,2% sul totale del nostro export. Negli anni recenti, gli scambi commerciali con l’Italia hanno quindi denotato una dinamica piuttosto stabile e costante, confermando da un lato il consolidamento di salde relazioni commerciali nei settori tradizionali del Made in Italy e del Made in Japan, ma evidenziando d’altro lato le difficoltà di un’evoluzione dei rapporti economici tra i due Paesi. Negli ultimi anni, tale evoluzione è stata in parte determinata dallo scenario macroeconomico di crescita limitata delle rispettive economie, con tassi decisamente inferiori alla media mondiale ed europea. Ha influito pure sulla limitata compenetrazione commerciale la tendenza di entrambe le economie a rafforzare le proprie relazioni, tramite una consistente delocalizzazione produttiva, con aree geografiche in forte sviluppo ma nettamente distinte come quella asiatica orientale per il Giappone ed est europea per l’Italia.


Il lifestyle della popolazione giapponese rimane tra i più elevati del mondo, grazie al rapporto tra benessere sociale e qualità della vita della comunità. L’esplosione dei consumi determinata dal boom economico degli anni ’80 ha indubbiamente favorito la produzione italiana ad alto livello di specializzazione nei settori tradizionali del nostro export, che hanno trovato in un mercato maturo e altamente sofisticato come quello nipponico un favorevole terreno di sviluppo. Non mostrano segni di cedimento nemmeno l’attenzione e il costante apprezzamento verso la cultura e la tradizione italiana, frutto di un immaginario collettivo ancora molto radicato nel Paese. Ne discende che i prodotti tipici del Made in Italy continuano a rappresentare la componente di gran lunga maggioritaria delle forniture verso il Giappone, in particolare per quanto concerne i comparti del cuoio e della pelletteria, dell’abbigliamento e degli accessori in tessuto e a maglia, delle calzature, dei macchinari per l’industria e degli autoveicoli, dei prodotti farmaceutici, dei prodotti chimici organici e dei beni agro-alimentari.

Anche l’export nipponico verso l’Italia risulta imperniato sui settori tradizionalmente legati all’eccellenza del Made in Japan nel mondo, simbolo di innovazione, tecnologia, ricerca e sviluppo. Circa un terzo delle forniture è rappresentato dal comparto dell’automotive, che include la produzione di autoveicoli, mezzi pesanti, autobus, motocicli e relativa componentistica, cui si aggiunge un’articolata filiera a monte e a valle, che comprende i servizi di trasporto, la logistica dei materiali, la vendita e la post-vendita. Grande peso rivestono inoltre i comparti degli apparecchi meccanici e delle macchine elettriche: i giganti giapponesi dell’elettronica, anche in ragione della forte delocalizzazione produttiva che abbatte i costi di produzione, trovano nel mercato italiano uno sbocco soprattutto per quanto concerne le attrezzature per telecomunicazioni, i circuiti, i transistor e i semiconduttori. Di grande rilievo per le importazioni dal Giappone sono anche i settori della chimica organica, gli strumenti di ottica e precisione, le materie plastiche e i prodotti farmaceutici.

Tradizionalmente in passivo, la bilancia commerciale italiana nei confronti del Giappone ha tuttavia registrato negli ultimi 10 anni un progressivo e visibile miglioramento.

Export italiano verso il Giappone

Anno

2000

2001

2002

2003

2004

2005

2006

2007

2008

2009

2010

Valori

4,3

4,7

4,5

4,3

4,3

4,5

4,5

4,3

4,2

3,7

4,0

Elaborazione su dati ISTAT (valori in miliardi di euro)


Import italiano dal Giappone

 Anno

2000

2001

2002

2003

2004

2005

2006

2007

2008

2009

2010

Valori

6,4

6,3

5,3

5,3

5,5

5,0

5,4

5,3

5,0

3,9

4,3

Elaborazione su dati ISTAT (valori in miliardi di euro)

Investimenti

Pur nell’incertezza della lunga e difficile congiuntura internazionale emersa dopo la crisi globale del 2008, o forse proprio per facilitarne il superamento e porre le basi per una nuova, più solida e proficua cooperazione tra i due Stati, la principale sfida per il Sistema Italia in Giappone è ora rappresentata dall’esigenza di promuoversi non solo come Paese leader in settori tradizionali, come quelli legati al comparto moda/persona/tempo libero, ma anche in quelli ad alto contenuto di innovazione, ricerca e sviluppo, nei quali il nostro Paese vanta indubbie eccellenze, meno conosciute ma potenzialmente capaci di garantire ampi margini di sviluppo nella cooperazione bilaterale. In questa prospettiva, i settori ad elevato contenuto tecnologico quali la farmaceutica, le nanotecnologie, le biotecnologie, l’energia, le tecniche dell’informazione e della comunicazione culturale, l’aerospazio e la robotica, presentano un potenziale terreno di collaborazione che, integrando sinergicamente il mondo accademico e quello imprenditoriale dei due Paesi, possano dare vita a prodotti, processi e servizi innovativi, idonei a trovare un’applicazione a livello industriale e uno sbocco sul mercato domestico e internazionale.


Le opportunità di collaborazione, che si potrebbero sostanziare in strategie di delocalizzazione, accordi di collaborazione produttiva, commerciale e tecnologica, presuppongono tuttavia una struttura organizzativa in grado di adottare politiche di penetrazione all’estero complesse, specie in un mercato come quello giapponese, normalmente fuori della portata delle PMI italiane (che compongono il 98% del nostro tessuto produttivo) se considerate singolarmente, ma indubbiamente più “attrezzate” nel momento in cui trovano nel Distretto Industriale una forma di aggregazione più adatta ad incentivare la propensione all’internazionalizzazione. Il livello di investimenti reciproci e collaborazioni industriali, pertanto, appare ancora inferiore rispetto alle potenzialità delle due economie.

In Italia la presenza giapponese appare prevalentemente concentrata nella meccanica, nell’elettronica, nella chimica, nel tessile, oltre che in ambito commerciale, principalmente in ragione della posizione strategica del nostro Paese in Europa e nel Mediterraneo, della qualità della forza lavoro e delle infrastrutture per le telecomunicazioni. La presenza italiana in Giappone risulta quasi esclusivamente incentrata sul commercio, a causa della diffusione sul territorio di negozi monomarca dei maggiori brand del sistema moda/design del nostro Paese. La forma privilegiata di accesso al mercato locale rimane, infatti, l’accordo commerciale di vendita, mentre altre forme di penetrazione, come la costituzione di filiali, sono meno frequenti a causa degli altri costi di start-up e di esercizio. Oltre all’abbigliamento, sono attivi in Giappone alcuni dei maggiori marchi italiani del settore automobilistico, motociclistico e alimentare, nonchè un consistente numero di piccole aziende operanti nel settore della ristorazione e dell’import-export soprattutto di prodotti alimentari. Si evidenzia infine una presenza italiana, sia pure in misura molto limitata, nei settori meccanico, elettronico, farmaceutico e aerospaziale.

Il livello di investimenti reciproci riflette il quadro dei rapporti bilaterali tra la UE e il Paese del Sol Levante. Il tasso di penetrazione agli investimenti stranieri nell'Unione Europea è infatti del 30% del PIL, nettamente superiore a quello del Giappone, che è appena del 3%, il più basso tra tutti i Paesi OCSE. Maggiori opportunità potrebbero derivare di riflesso anche per l’Italia nell’eventualità in cui dovesse concretizzarsi l’ipotesi di un Free Trade Agreement tra la UE e il Giappone. A fronte di un’ulteriore apertura del mercato europeo, che andrebbe a rivitalizzare soprattutto i colossi nipponici dell’auto (duramente colpiti dalle conseguenze del sisma dell’11 marzo 2011), rischiando peraltro di allargare ulteriormente un deficit commerciale già favorevole al partner asiatico, quest’ultimo potrebbe concedere in contropartita un consistente abbattimento delle barriere non tariffarie e l’apertura del mondo delle gare di appalto, invertendo di fatto quella politica di protezione del mercato domestico che ha caratterizzato l’economia del Paese fin dal Secondo Dopoguerra e rendendosi finalmente permeabile agli IDE stranieri e maggiormente accessibile al commercio.