Duomo di Amalfi

CHIMICA – FARMACEUTICA

L’industria chimica italiana risulta fondata essenzialmente sul settore petrolchimico e su quello farmaceutico ed è composta da tre grandi tipologie di attori, tra i quali è quasi equamente suddivisa la produzione: le imprese a capitale estero, le medie e medio-grandi imprese italiane e le imprese piccole e medio-piccole. L’apertura verso il commercio con l’estero è parte fondamentale dell’attività delle aziende chimiche in Italia, sia per quelle di grandi dimensioni, sia per quelle di media o piccola dimensione. La chimica è uno tra i settori con la più alta percentuale di imprese esportatrici, anche tra le piccole o piccolissime imprese: esse garantiscono quasi il 50% delle esportazioni totali e la quota è di gran lunga superiore nei settori della chimica fine e specialistica. L'Italia risulta essere l’ottavo produttore chimico nel mondo e ricopre il terzo posto nel panorama europeo, dopo Germania e Francia.

In Italia la chimica è forse l’unico settore per cui si può parlare di attività di ricerca diffusa tra centinaia di imprese e non concentrata tra pochi protagonisti. Tutte le imprese italiane operanti nel settore, dalle PMI alle grandi multinazionali, dimostrano una forte propensione all’innovazione, con una spesa in R&S superiore al 40% della spesa totale, di molto superiore a quella dell’intera industria manifatturiera. Tutta l’industria chimica si distingue inoltre per l’elevata qualità della forza lavoro: le imprese assumono giovani con alti livelli di formazione, contribuendo alla loro crescita professionale e offrendo importanti opportunità di specializzazione all’interno dell’azienda. Ciò è connesso al fatto che tutte le attività chimiche posseggono un mix di innovazione e intensità di capitale, che comporta la necessità di personale qualificato. Tra i grandi settori la chimica è quello che dispone di lavoratori con una maggiore produttività e remunerazione.

Le imprese estere con una presenza in Italia sono quasi 300, per lo più di grandi dimensioni, per un valore della produzione pari a circa 17 miliardi di euro. Esse ricoprono un terzo della produzione complessiva e una quota anche maggiore dell’export (41%). Infatti, la localizzazione in Italia spesso non è orientata solo al mercato interno ma anche a quello mondiale. L’incidenza sulle spese di R&S è pari al 37%, ma raggiunge il 58% sulle forme di ricerca più strutturata. Nel manifatturiero italiano solo il 10% degli addetti lavora in imprese estere, a fronte di una media europea pari al 21%. Nella chimica tale quota, pari al 44%, è la più alta tra i settori industriali italiani e in linea con la media europea, a testimonianza di una buona capacità di attrazione degli investimenti, basata sostanzialmente sulle capacità e il know-how delle risorse umane reperibili in Italia, sulle dimensioni del mercato nazionale, sulla capillarità e la dinamicità della clientela e sulla qualità e proficuità della R&S condotta nel Paese.

Nonostante le dimensioni del mercato giapponese della chimica (uno dei primi al mondo, con vendite pari a quasi il 7% su scala globale), la presenza nipponica nel nostro Paese risulta relativamente limitata, con una percentuale pari al 4% del totale, nettamente inferiore alla quota occupata dai players americani, tedeschi e francesi.

Investimenti stranieri in Italia nel settore chimico per Paese di provenienza 

Paese

Quota sugli addetti

Stati Uniti

30%

Germania

17%

Francia

12%

Regno Unito

8%

Paesi Bassi

6%

Svizzera

6%

Giappone

4%

Svezia

2%

Spagna

2%

Altri

13%

Fonte: Federchimica

 

Altrettanto limitata, anche se qualitativamente significativa, è la presenza italiana in Giappone, che si identifica con Bracco SpA, quinto gruppo nazionale per volume di produzione e vendite, attivo nel comparto farmaceutico, che controlla il 51% della joint venture costituita con la Eisai Co., uno dei principali gruppi farmaceutici giapponesi. Tale collaborazione ha permesso alla società lombarda di competere con successo sul mercato locale, superando con maggiore facilità le barriere legislative e normative sulla commercializzazione dei farmaci e dei prodotti medicinali.

Analogamente a quanto avviene negli altri settori produttivi, i rapporti tra Italia e Giappone assumono maggiore rilevanza dal punto di vista dell’interscambio commerciale. L’80% circa di tutto l’export chimico italiano verso il Sol Levante è rappresentato dai prodotti chimici organici e dai prodotti farmaceutici. Quest’ultimo settore, oltre a costituire da solo circa il 15% di tutte le forniture italiane in Giappone, risulta in costante crescita nonostante la crisi innescata dalla vicenda dei mutui sub-prime, a dimostrazione della vitalità e della natura fortemente export-oriented della chimica-farmaceutica del nostro Paese. Altrettanto importante risulta essere il mercato italiano per le esportazioni giapponesi di prodotti farmaceutici.

Interscambio Italia-Giappone di prodotti chimici organici e farmaceutici*

Prodotti farmaceutici

2007

2008

2009

2010

Export Italia

322

401

486

524

Export Giappone

182

210

194

176

Saldo

140

191

292

348

 

Prodotti chimici organici

2007

2008

2009

2010

Export Italia

195

187

190

197

Export Giappone

285

293

232

299

Saldo

-90

-106

-42

-102

*Milioni di euro
Fonte: ISTAT

 

Export verso il Giappone di prodotti farmaceutici per Paese di provenienza*

Paese

2008

2009

2010

Stati Uniti

190

207

249

Germania

173

197

219

Svizzera

123

198

207

Francia

91

113

132

Regno Unito

103

107

103

Italia

74

78

89

Belgio

44

62

81

Singapore

13

17

68

Portorico

45

51

64

Danimarca

65

60

58

* Miliardi di yen
Fonte: Elaborazione su dati delle Dogane Giapponesi

 

Export giapponese di prodotti farmaceutici per Paese di destinazione*

Paese

2008

2009

2010

Stati Uniti

124

141

127

Cina

28

29

34

Corea del Sud

27

26

27

Svizzera

24

23

27

Italia

27

29

26

Belgio

14

13

18

Irlanda

15

16

17

Paesi Bassi

24

20

16

Taiwan

11

11

11

Francia

17

15

10

* Miliardi di yen
Fonte: Elaborazione su dati delle Dogane Giapponesi


La farmaceutica rappresenta dunque, anche nei rapporti con il Giappone, il settore che più si distingue tra quelli ad elevata intensità tecnologica, confermandosi una leva strategica per l’economia nazionale per numero di addetti, valore della produzione (l’Italia rientra nel novero dei primi cinque Stati europei), investimenti ed export. Rispetto al totale dei settori ad alta tecnologia, il settore farmaceutico rappresenta quasi la metà dal comparto hi-tech.

Le imprese attive nel nostro Paese, per quasi due terzi a capitale straniero, rappresentano il secondo gruppo numerico in Europa, con una produzione fortemente influenzata dalle esportazioni (56% del valore della produzione rispetto al 32% della media manifatturiera), che nel decennio 2000-2010 hanno registrato un +6,2% medio annuo, un valore più che doppio rispetto alla media manifatturiera dello stesso periodo. La crescita delle esportazioni negli ultimi dieci anni ha, di fatto, determinato l’85% della crescita della produzione. La spesa in R&S risulta inoltre più che doppia rispetto ai settori ad alta tecnologia e circa sei volte la media manifatturiera, mentre l’elevatissima percentuale di personale diplomato e laureato (circa il 90% degli addetti del settore) dimostra la qualità della forza lavoro impiegata. Tutti questi fattori consentono quindi agli operatori nazionali di trovare nel mercato del Sol Levante, il secondo più grande mercato mondiale dietro a quello statunitense, uno sbocco naturale per la loro produzione.

Export italiano di prodotti farmaceutici per Paese di destinazione (2010)*

Paese

Valore

Peso %

Svizzera

2.043

16,5%

Germania

1.427

11,5%

Belgio

1.241

10,0%

Francia

1.229

10,0%

Regno Unito

763

6,2%

Stati Uniti

720

5,9%

Spagna

663

5,4%

Paesi Bassi

615

5,0%

Giappone

524

4,2%

Altri

3.125

25,3%

Totale

12.350

100,0%

*Milioni di euro
Fonte: ISTAT


Con riferimento al mercato giapponese, assume particolare rilievo il fatto che quasi l’80% delle forniture italiane è rappresentato dai medicinali. Il Giappone vanta infatti la più alta aspettativa di vita media al mondo e la sua società tende ad invecchiare più rapidamente di qualsiasi altra società industrializzata: si prevede che nel 2050 un terzo della popolazione sarà costituito da anziani. Il sistema sanitario nipponico è considerato un settore in forte espansione e una buona percentuale di questa crescita è rappresentata dal settore dei farmaci su ricetta. Il tasso di mortalità in Giappone è inoltre determinato in misura sempre maggiore dalle malattie che caratterizzano le società economicamente avanzate (come le neoplasie) e che richiedono maggiore attenzione in particolare nel cosiddetto settore red biotech, quello delle biotecnologie applicate ai processi biomedici e farmaceutici, come l'individuazione di organismi in grado di sintetizzare farmaci o antibiotici, oppure lo sviluppo di tecnologie di ingegneria genetica per la cura di patologie.

L’Italia risulta il terzo Paese europeo per numero di imprese impegnate nel biotech: due terzi di esse operano nel settore della salute umana e determinano circa l’84% del fatturato complessivo del comparto. La ricerca italiana ricopre le prime posizioni in termini di qualità a livello internazionale e vanta posizioni di eccellenza nella sperimentazione applicata all’oncologia e alla neurologia. Il mercato biotech risulta ancora in forte crescita e si presta quindi alla realizzazione di nuovi investimenti che consentano di sostenere la ricerca alla base delle proprie applicazioni; il successo delle imprese italiane risulta legato alla specializzazione in alcuni settori specifici della farmacologia, come l’oncologia, la neurologia e le malattie infettive. Il red biotech rappresenta inoltre il settore nel quale le società farmaceutiche trovano la naturale evoluzione della farmaceutica tradizionale, nonchè la prospettiva per ampliare il proprio mercato in specifiche aree terapeutiche. Benchè il Giappone possegga una delle industrie biotecnologiche più competitive al mondo, il progressivo aumento dell’età media della popolazione e quindi la sempre più sentita necessità di benessere e salute possono in prospettiva dischiudere nuove e significative opportunità per le società italiane impegnate nella bio-farmaceutica.

L’introduzione di nuovi farmaci in Giappone si deve naturalmente confrontare con la complessa e articolata normativa vigente, contenuta nella Pharmaceutical Affairs Law (che rappresenta il testo base del settore), e in vari decreti governativi e ordinanze amministrative. L’importazione è infatti soggetta al nulla osta del Ministero della Salute, cui spetta altresì l’autorizzazione alla distribuzione e alla vendita sul territorio, che presuppone una verifica avente ad oggetto gli ingredienti, la composizione, il dosaggio e in genere il rispetto di tutti gli standard che garantiscano l’integrità, l’efficacia e la sicurezza del prodotto da immettere sul mercato. La rigidità dei parametri di valutazione in essere è una delle cause principali del cosiddetto drug lag giapponese, ossia il ritardo (mediamente di tre anni e mezzo) con il quale nuovi prodotti farmaceutici raggiungono il mercato nipponico rispetto a quelli europeo e nord-americano. Secondo alcuni studi, un allentamento dei vincoli normativi, che permetterebbe un’accelerazione del processo di approvazione di nuovi prodotti, oltre che l’eliminazione di disposizioni che impongono in certi casi la produzione obbligatoria sul territorio, agevolerebbe non solo la riduzione del drug lag, ma creerebbe altresì le premesse per un ambiente più favorevole alla crescita degli investimenti nel settore. Le imprese italiane, aiutate dalla specificità delle produzioni e dalla possibilità di accedere in maniera graduale agli investimenti in impianti, potrebbero così sviluppare un percorso di internazionalizzazione riproponendo sul mercato giapponese le formule individuate nella fase di consolidamento sul mercato nazionale, accostandosi ad esso tramite partnership, joint-venture e accordi con soggetti locali.